Dove comincia la Fonte, Errori e Orrori di Scherma Storica

Abstract: partendo dall’analisi di quanto la funzione rappresentativa e spettacolaristica di un’immagine, nella fattispecie miniature medievali o incisioni, possa essere inconciliabile con la funzione formativa in ambito marziale, si è giunti a porre in evidenza alcuni casi, paradossali, in cui la mera osservazione dell’immagine di un trattato di scherma ha dato adito a interpretazioni erronee se non addirittura deliranti.

Immagine, Aspetto e Sostanza
Maurizio Zaccaro, regista dell’horror- thriller “Dove comincia la notte” (il cui titolo impropriamente storpiamo per il presente articolo), racconta nel proprio film di presenze inquietanti tramite uno dei metodi narrativi più efficaci: suggerire, alludere, ma mai mostrare.
La minaccia che si avverte ma non si vede spaventa, una allusione solletica l’immaginazione e si autoalimenta da sé, ma nel momento che il mostro compare in carne e ossa, che si definisce nei suoi limiti fisici, una parte della sua forza evocativa scompare. Un’immagine ha lo scopo di manifestare il puro aspetto di un soggetto ma mai la sostanza, l’essenza, generando infinite incomprensioni.
E questo vale tanto per la narrativa quanto per tutte le altre arti, persino per la scherma.

Funzione, Tecnica e Spettacolarizzazione
esempioColoro che ricercano nelle iconografie, nelle miniature, fonti storiche da applicare allo studio della scherma antica rischiano di incombere in un errore comune: fraintendere la Funzione dell’Immagine. Un conto sono le immagini delle diverse versioni del “Flos Duellatorum”, un conto le terribili meravigliose illustrazioni delle Cronache di Froissart. In entrambe si vedono uomini duellare, ma la scelta di figure del primo ha lo scopo di insegnare l’impostazione tecnica del combattimento, mentre le immagini dell’altro vogliono raccontare una storia e suscitare emozioni nello spettatore. E quest’ultimo intento necessita di artefizi.

Chiunque abbia fatto corsi di fumetto o illustrazione sa che per colpire il proprio pubblico ogni gesto e ogni postura va estremizzato a beneficio della spettacolarizzazione. L’arazzo di Bayeux, il “Codex Manesse” o la “Bibbia Maciejowski” sono solo alcuni tra gli infiniti esempi di fonti con funzione narrativa, non tecnica. I suoi protagonisti compiono ampi caricamenti dei colpi, levano con studiato impeto le armi sopra il capo, spesso vengono anche mostrati nell’impostazione di vere guardie o applicazione di tecniche effettive, quali l’uso della spada e brocchiero nel “Codex Manesse”, oppure l’allenamento sotto l’effige del Sole nel “De Sphaera”.

Si tratta di scene mirabili da vedere, con preziosi riferimenti riguardanti armi e indumenti, ma non finalizzate nella loro creazione al trasmettere l’arte dell’arme e questo li rende facili veicoli di fraintendimenti.
Esistono, sin dall’antichità, testi atti all’insegnamento proprio dell’arte di schermo. Creati per quella funzione e solo ad essa destinati. Questi trattati sono la Fonte prima della Scherma. Tutto il resto è accessorio.

Le Eccezioni
Tuttavia anche nei trattati di scherma con pretese “tecniche” vi sono, rarissimi, casi di totale incomprensione tra l’immagine come mezzo scelto per comunicare l’applicazione di una tecnica e la vera essenza di detta dinamica. E questi casi particolarissimi sono il cuore del presente articolo.

1.Le invincibili Prese di Braccioforte!
Il primo autore di cui trattiamo è Torquato d’Alessandri, romano, autore del controverso “Cavalier Compito” (1609), opera che sotto forma di dialogo tratta di diverse scienze tra cui quella schermistica.
Premettiamo subito che per Braccioforte, sua principale figura retorica, egli sceglie un tono a dir poco roboante lasciandogli dire nel presentarsi “io invero grand’obligo devo alla Natura, se m’hà dato una mano, che senz’armi faccio ciò che voglio, ci rompo ferri, ci alzo colonne, ci spezzo sassi, ci taglio con le dita le carte, ci tronco funi di canapa, e ci amazzo fiere, e spaventose bestie; che più? con un dito passo un tondo di stagno da banda à banda, come una archibugiata, ci alzo un rubbio di grano, una botte di vino, e faccio le lattuche ad un bacile; che più anche? ci fermo il toro, me lo metto in spalla, e poi getto mezo morto in terra.
Comparati alla sobria compostezza espositiva di autori quali Achille Marozzo e Giovanni Dalle Agocchie, brani come questo fanno già capire il tono dell’opera. Opera, va detto, pubblicata quando l’autore vanta di aver ben 22 anni (chissà cosa pensava del Marozzo che pubblicò ormai 52enne) e di esser già temuto per la sua prodezza (verrà definito “conosciutissimo, non tanto per i suoi meriti reali, quanto per le sue formidabili spacconate e per le sue solennissime millanterie” in un commento in calce a una delle edizioni de “La Secchia Rapita”) e corteggiato per le sue grandi competenze mediche (frutto di un’altra disumana scopiazzatura ai danni di un suo contemporaneo).

Dopo aver compiuto uno spregiudicato e consistente plagio dell’opera “Lo Schermo” del Capitano Angelo Viggiani dal Montone, in merito alla disciplina della spada da lato, il d’Alessandri/Braccioforte si cimenta nelle Prese da disarmato, eredità diretta dell’Abraçar del Maestro Fiore.
Il “millantator compito” esprime subito le sue disumane abilità nella Quarta Presa: “Ve ne dirò de gli altri, e forse de i più belli. Un nemico assaltandovi con un pistolese, voi con la mano sinistra afferrategli la dritta del pistolese, e con la mano destra pigliandolo per la gamba manca, cacciategli poi la testa sotto il suo braccio destro, poi con la vostra mano sinistra torcete verso il vostro viso il braccio del pistolese, e col braccio dritto alzandogli tutto ad un tempo la gamba presa, lo farte cader à terra come un sacco di paglia; e levandogli il pistolese, con la punta di quello lo potete signar tutto come un processo, ò fargli buchi da lardelli.

Codifica letterale
La prima interpretazione della tecnica si basa sul testo puro che, va premesso, contiene o due evidenti sbagli di composizione, oppure autentici errori tecnici.
Su di un avversario che tiene il pugnale di sopramano, si va a bloccarne la mano armata al polso e nel contempo si afferra l’interno della coscia sinistra nemica con la mano destra. Approfittando dello sbilanciamento gli si piega il braccio destro dietro la testa, e facendo cadere l’avversario a terra continuando a stringere il polso per disarmarlo. Si termina l’azione recuperando l’arma avversario per rivolgergliela contro.

Nota (1): il Pistolese era un pugnale a lama corta e larga, a due taglia, atto a colpire di punta che ebbe fortuna tra la metà del quattrocento e la fine del cinquecento.

Questa tipologia di arma è ben descritta in Monomachia Trattato dell’Arte di Scherma. Il Maestro Altoni infatti riporta: “e con questi però mettersi il pugnale Pistolese detto da Pistoia dove fu trovato, o dove fu più exercitato che altrove

Nota (2): si ritiene che “cacciategli poi la testa sotto il suo braccio destro” sia errato, oppure che sia la formulazione della frase a dare adito al fraintendimento. La lettura della tecnica comparata, la seconda presa del Marozzo, fa capire che è il Patiente che pone la propria testa sotto il braccio destro nemico agevolando così la successiva azione di sollevamento.

Nota (3): si ritiene che “la mano destra pigliandolo per la gamba manca” sia il secondo errore. La lettura della tecnica comparata, la seconda presa del Marozzo, fa capire che il Patiente afferra la coscia destra dell’avversario, non certo la sinistra. L’afferramento della gamba sinistra in quella dinamica altro non è che un buon modo per garantirsi una meritata ginocchiata al volto.

Nota (4): si apre anche l’ipotesi che la tecnica si esegua portando la testa sotto la spalla nemica dopo la presa della mano armata e prima di andare a eseguire l’afferramento della coscia sinistra. Tuttavia questa modalità offre comunque una serie di svantaggi: minore linearità nell’azione di spinta verticale data da collo e spalle, inclinazione svantaggiosa del busto rispetto al bacino che risulterà leggermente spostato verso sinistra, ridotta efficacia della presa sulla coscia sinistra, possibilità da parte dell’avversario di impiegare la propria mano sinistra per serrarsi all’ascella o al braccio sinistro dello schermidore per cercare di guadagnando abbastanza stabilità per un secco colpo di ginocchio al fianco o al volto.

Codifica comparativa.

presasecondadefSu di un avversario che tiene il pugnale di sopramano, si va a bloccare la mano armata dell’avversario al polso e nel contempo si afferra l’interno della coscia destra nemica con la propria mano destra. Subito si va a infilare la testa sotto il braccio destro del nemico. A questo punto si esegue un rapido colpo di reni, accompagnato da un sollevamento della gamba avversaria, facendo cadere il nemico a terra e continuando a stringere il polso per disarmarlo. Si termina l’azione recuperando l’arma avversaria per rivolgergliela contro.

La tecnica corrisponde, quindi, alla seconda presa della “Opera Nova” del Maestro Marozzo.
Sequita la seconda presa. Havendo il tuo nimico con l’armi sottto mano, come apertamente dimostra la figura, fermarai lochio tuo al pugno sopradetto: cioe che trahendoti lui disotto insuso per amazarti de una ponta, tu te gietarai con braccio tuo manco, al suo braccio drito, voltando il pugno tuo con le dita ingioso, & pigliaralo stretto passando in el pigliarlo de la tua gamba destra, mettendola defuori da la dritta del sopradetto tuo inimico, & in questo medesimo getare de gamba, tu pigliarai la coscia destra con la tua mano drita al sopradetto, caciandoli, in questo pigliare la testa tua sotto al suo braccio destro, & voltarai le spalle alla roversa, & a questo modo tul portarai via, & gettarailo in terra, & serai diffeso galantemente, e polito.

Una svista clamorosa, a quanto appare, perfettamente in linea con lo stile di Braccio forte. Non la sola però, in quanto nell’urbe palatina ai primi del ‘600 doveva spirare un certo vento di “originalità”…

2.I Necessarii ma Imperfetti Avisi di Giovanni Briccio

Il secondo caso particolare riguarda il testo “Avisi Necessarii per difendersi dall’Inimico in molti modi, secondo varij accidenti, che possono occorrere” (1613) di Giovanni Briccio, anch’egli romano e contemporaneo del D’Alessandri.
La sua opera si compone di dieci “Avisi”, sorta di espedienti d’arme con cui risolvere altrettanti “accidenti” in cui uno schermidore può incorrere. Non si tratta di un vero trattato di scherma, ma di un breve elenco di trucchi da strada e casi particolari. La sua impostazione infatti non è scolastica, ma aneddotica.

avisosecondoIl secondo di detti Avisi riguarda una situazione piuttosto curiosa: “Modo da tenere trovandosi per terra senz’arme. Aviso secondo.

Se ritrovandoti senz’arme alcuna nel difenderti dal nemico armato cadessi in terra, & quello venisse per ferirti, non ti perder d’animo, ma in un tempo solo alza ambi duoi li piedi, & aggricciandoli al corpo, per dir meglio accostando i ginocchi al tuo petto, vedi di afferrare ambe le sue braccia, e tirandole à tè forte, & spingendo i piedi verso lui, non v’è dubbio, che egli per star chinato, e per detta violenza ti caderà à canto, onde lo potrai superare, come ben puoi vedere nella presente figura, & ricordati, che si è visto per molte esperienze huomini atterrati, i quali si son governati con tal giudicio, havendo l’inimico sopra, che l’hanno vinto, perche nascono tali disordini, che voltano le cose al contrario, onde per non saper crescere, overo diminuire, molti son rimasti perdenti, & altri per saper valersi del tempo, & giudicio, vincitori, circa quanto si è detto considera la passata figura.

Secondo il testo, caduto in posizione supina e del tutto privo di armi, lo Schermidore attende il momento in cui l’avversario sta per chinarsi su di lui per finirlo con un colpo di pugnale. Quindi solleva entrambi i piedi contemporaneamente e porta le ginocchia al petto, si bloccano quindi le mani dell’avversario tirandole verso di sé mentre lo sbilancia spingendo con i piedi. Il risultato, secondo il Briccio, è che il nemico venga gettato di fianco. A questo punto lo schermidore può cercare di sopraffarlo nella maniera a lui più conveniente.

Sin dalla prima lettura la tecnica espressa fa suscitare leciti dubbi: non si comprende per quale motivo uno schermidore che impugni un’arma corta (come mostra l’immagine) debba perdere il proprio vantaggio chinandosi su di una vittima tutt’altro che inerme, e per di più rivolgendosi a lui “frontalmente”, senza nemmeno cercare il vantaggio di una posizione più laterale da cui colpire un punto vitale.

attoperuginodefL’immagine con cui il Briccio accompagna il testo, però, riporta alla mente una incisione presente nella “Opera Nova” del Marozzo.

La lettura del testo del Maestro Bolognese sembra suggerire una sorprendente interpretazione della tecnica del Briccio, o quanto mento sull’origine di essa.
PRESA XVIIII. Disponeremo in questa parte un dubio molto sotille, perche volendo in questo fare Presa, che sara molto utile, e laudabile da ogni persona, e uscirai senza pericollo, di mane nel tuo inimico, e gli e di bisogno che quando al sopra detto ti venisse contra con l’armi sotto mane per amazarte, o darte delle ferite, tu te reparerai pigliando con la tua man mancha il bracio destro di sopra al sopra detto, e con la dritta man pigliarai el bracio suo sinistro tenendolo forte, e stretto, e subito in tal pigliare tu te lasserai cadere in terra indrieto metendo glie in tal cadere ambidui gli piedi in lo corpo, o petto, tirando a te le bracia, e con gli piedi tu gli gitarai di drieto di sopra dalla testa, e per questo tal gittare tu gli romperai la testa, e farali un grandissimo male, levandoti suso presto, e toragli le sue armi, partendo a te, tu lo potrai amazare.

Come si evince dal testo, l’incisione del Marozzo illustra la fase centrale dell’azione, quando si sono già bloccate le mani dell’avversario e, cadendo all’indietro, si sta eseguendo la Proiezione.
Già nel suo capitolo “Per chi fusse assaltato dall’inimico, trovandosi senz’arme. Aviso terzo” il Briccio aveva manifestato la propria conoscenza della “Opera Nova” risolvendo l’Aviso con la “Prima Presa de Stillo, over’Dagetta” del Marozzo.
Confrontate immagini e testi delle due tecniche di proiezione non è impossibile pensare che, limitandosi a vedere l’incisione della “Presa XVIIII”, il Briccio ne abbia tratto una personale interpretazione per il proprio “Aviso secondo” senza però curarsi di leggere il testo relativo all’immagine del Marozzo.

3.Il Roboante Ritorno di Braccioforte!

Con l’umiltà che lo contraddistingue, il Personaggio di Braccioforte dice che la sua mano “abborrisce cose leggieri, per haverla io avezza ad alzar meze colonne, e pormele, con lestezza incredibile, su le spalle, e farmele portar le miglia, senza che mi stracchi il peso, non che à levar pali di ferro grossissimi da terra con due dita, e quelli, con tutta la forza della vita mia, gli hò lanciati sei buoni passi”. Non stupirà quindi l’applicazione pratica di tale erculea forza, in seguito descritta…

Estremamente rilevante ai fini di questa serie di articoletti, infatti, è la tecnica del D’Alessandri che prevede il caso di uno schermidore armato di spada e cappa che affronta un avversario armato di spada in groppa a un cavallo.
Se voi vi trovaste à combattere a piedi à spada, e cappa, con un Cavaliero à cavallo, ch’adopri anch’esso spada, e vi spingesse il cavallo adosso, per farvelo cader sopra, e creparvi, non che anche per darvi una punta in mezo della bocca dello stomaco, e rendervi poltroncione cadavero alla madre terra, voglio in questo intrico, che voi state vigilante in sesta guardia larga, la quale vi tenga la punta della spada inclinata verso terra; e che quando il Cavaliero viene alla volta vostra per stripparvi, & alzando la punta del vostro ferro, con quella passaste il collo del cavallo, la quale venisse ad arrivar, e morire nella forcella de petto del Cavalier nemico, il quale impensatamente vedersi, con questo nobil inganno, uscir l’anima per la bocca della ferita; chiamolo inganno, perche egli si vede come un storno infilzato, senza che pur veda ferro bianco, e pungente, e moror in compagnia della sua bestia.

Seguendo pedissequamente la descrizione del D’Alessandri sembra che l’intenzione dell’avversario sia di farlo calpestare dal cavallo, o intordarlo con una imbroccata.
A questa situazione egli risponde assumendo la Sesta Guardia Larga Offensiva Imperfetta del Viggiani (dal cui trattato il D’Alessandri “saccheggia” a piene mani), caricando da detta postura una poderosa, quanto fantasiosissima, stoccata in grado di trapassare il petto del destriero in corsa risalendo il collo e minacciando il cavaliere con effetti ancor più immaginifici le cui considerazioni lasciamo alla lettura del testo originale.
Una vera follia: tralasciando l’impossibilità di sfondare il petto di un cavallo con una spada da lato, è palese che si verrebbe subito travolti dalla mole della bestia in corsa.

Tuttavia un altro trattato presenta una circostanza simile. Si tratta del ”Cap. 160. Che dimostra che tener debbe uno da piede, contra a uno da cavallo” composto dal Maestro Achille Marozzo nella propria “Opera Nova” (ed. 1536).

Naturalmente il Maestro Bolognese, che forse non a caso morì in tarda età e di certo non intordando destrieri, si guarda bene dall’affrontare di petto un cavallo in corsa.
contracavallodefNotificandoti che se tu te abbatessi per disgratia havenire alle mani ti apiede, con uno che fusse a cavallo, maxime havendo ti la spada e la cappa disarmati tutti dui, e uguale de arme, facendoti intendere che tenendo lordine sottoscritto tu non potrai fallare, haverai honore, e impeto tu f(s)arai acorto, a quello che io te diro in prima tu te metterai la cappa tua in su il bracio mancho in modo che tu la possi gettare via, assettandote con la spada tua, e la cappa in cinghiara porta de ferro alta ben polito, e de qui voglio come el ditto Cavallo ti vignira adosso tu gli gietarai la cappa tua in la facia allo sopraditto cavallo del nimico, passando in tal giettare della tua gamba dritta verso le sue parte sinistre dagandoli in tal passare de uno roverso tondo le gambe dinance al ditto cavallo, con uno mandritto insieme atraverso le redine, o in la gamba manca del nimico, e la tua spada acalera in porta de ferro larga, alhora essendo in la ditta porta de ferro larga tu te butterai con la gamba manca verso le parte senistre del cavallo, & in questo buttate tu cacierai la man sinistra alla briglia, e con la spada tu li caciera una ponta per li fianchi a lui, o al cavallo per tuo areparo tu liverai in uno balcio alindrieto, e se tasseterai con la spada tua in coda longa & alta intendendosi se tu non pigliasse la ditta briglia del cavallo, perche pigliandola tu non la bandonarai mai per fino a tanto che tu non lo haverai morto, o ferito lui o el cavallo, per modo chel non te potesse nocere, sempre offendendolo lui, o il ditto suo cavallo dalle parte sinistre sue, faciandote a sapere che in queste cose non ti bisogna havere paura de cosa alcuna, e serai sempre securo, seguitando sempre le sue parte manche percotando lui, el ditto cavallo per la testa, o per li fianchi, o gambe, facendoti asapere che dagando uno o due botte in la testa al suo cavallo, o vero gambe el non se asecurera mai piu de venite contra de ti, si che accadendoti assimile contrasto andarai securamente senza paura, perche havendo ti paura el non ti vegnira fatto cosa alcuna che tu desideri, e faciando ti o altro le cose curiosamente quasi non e possibile che tu non faci, cio che tu voi. A donqn(u)e atiente al mio consiglio, & non pensare che io te dago troppe parole perche io sono homo di poche parole, & pero per questo io faro fine alquanto a questa parte de combatere da piede a Cavallo.

Innanzitutto assume la guardia di Cinghiara Porta de Ferro Alta (ben definita nell’immagine a seguire) e, con l’appressarsi dell’avversario a cavallo, va a ottundere la visuale dell’animale con una gittata di cappa. Subito esegue un passo laterale verso destra andando nel contempo a ferire di rovescio una delle gambe dell’avversario, estese per via dei piedi infilati nelle staffe, e in seguito le redini con un mandritto, a meno che non si tiri il detto colpo direttamente alla gamba sinistra del nemico.
Il moto dell’arma termina calando in porta de ferro larga e da quella guardia il Maestro Bolognese riprende la seconda parte del proprio assalto, su cui ci permettiamo di non indugiare ulteriormente essendo palese sin dalle prime azioni quanto la tecnica differisca totalmente da quella suicida del D’Alessandri.

E se tanto nella sostanza quanto nella dinamica queste tecniche sono così diverse, come mai pensare di accostarle e confrontarle tra loro?
Per quanto possa sembrare inverosimile, il D’Alessandri pare aver costruito la propria tecnica non sul testo del Cap. 160 ma sulla sua mera immagine.
L’incisione mostra infatti la figura del guerriero a cavallo con l’animale dalle zampe protese (da qui il passo “vi spingesse il cavallo adosso, per farvelo cader sopra, e creparvi”) a una distanza estremamente ravvicinata dallo schermidore appiedato.

I due avversari appaiono vicini in quanto l’incisore ha dovuto “schiacciare” i piani e ridurre la distanza per comporre un’unica illustrazione entro il formato di stampa a cui era ristretto, con il risultato che la punta della spada dello schermidore a sinistra “punti” seccamente verso il petto dell’animale quasi stesse per forarlo.

Il D’Alessandri, quindi, non solo non sembra essersi dato palesemente cura nello studiare il testo del Marozzo, ma neppure pare aver compreso che il fante appiedato è in una guardia sinistra di Cinghiara, naturale contrapposizione alla posizione del nemico simile all’alicorno, da cui farà scaturire una tecnica. Al contrario sembra ritenerla una mera postura assunta al termine dello scaricamento della stoccata, colpo che nella propria discutibile personalizzazione fa caricare addirittura dalla Sesta Guardia Larga Offensiva Imperfetta!
Altro elemento rilevante, per definire la fonte del “Cavalier Compito”, è il totale inutilizzo della cappa, presente nell’immagine del Marozzo, impiegata con frutto all’interno del “Cap. 160” ma futilmente citata dal D’Alessandri solo perché egli la vede nell’incisione.

Tristi Conclusioni
Insegnando nella propria “Opera Nova” la quarta presa da disarmato, a cui ha voluto dedicare una chiara immagina d’esempio, il Maestro Marozzo ha prudentemente scelto di terminare il testo descrittivo con la frase “…e se non intendesse la scrittura guarda di sopra alla pittura.”
Un suggerimento che, quanto meno nel caso del “Cap.160” e “della Seconda Presa” per Torquato D’Alessandri, e per la “Presa XVIIII” del Briccio, i due autori romani non sembrano aver minimamente seguito, fallendo in entrambe le direzioni e dimostrando quando il basarsi sulla mera immagine in campo tecnico rischi di risultare estremamente fallace.

Le Fonti: