Racconto: Italiano! (1d9)

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Due trattini verdi. La vita di Michelle F. sarebbe finita con due trattini verdi.
La ragazza guardava davanti a sé con uno sguardo lucido, quasi febbrile. Accelerò ancora, facendo sfrecciare il Suv nero lungo la corsia centrale dell’autostrada.
Una spia rossa si accese di colpo, poi un bordo luminoso circondò il valore nell’indicatore di velocità. Al margine destro del display comparve l’icona di volante con una dicitura straniera. Nel buio della notte quel gioco di luci morbide risultava quasi rilassante.

 

Michelle F. si accorse a malapena dei segnali provenienti dalla consolle di guida, ma per lei non avevano comunque alcun significato. “Noi siamo in Italia. Noi parliamo solo Italiano.” recitava lo spot sulla Legge per l’estromissione delle lingue straniere dalla scuola pubblica, quando ancora la ragazza si chiamava ancora Michela. Inoltre i sistemi di sicurezza dei modelli d’auto a grossa cilindrata venivano rimossi direttamente dal rivenditore.
In teoria, quando la velocità e l’accuratezza di guida venivano segnalati come rischiosi, o i bioritmi del conducente risultavano sconvolti, un sistema di navigazione gps lasciava che un tutor automatico prendesse il controllo del veicolo riportandolo in condizioni di sicurezza, parcheggiandolo in luoghi di facile accesso e allertando la polizia stradale. “Tutte robe da froci”, aveva tuonato il Ministro alle Riforme Regionali. “Una grave lesione alle libertà individuali”, rincarò l’opposizione parlamentare. E quindi, per legge, una volta giunto in Italia ogni veicolo estero veniva epurato del sistema di sub controllo.

Michelle F. ricordava vagamente che lo slogan di quel periodo era “IO guido come cazzo mi pare”. Le varie pubblicità erano del tutto simili tra loro: attori da fiction che allungavano una mazzetta al meccanico amico, rigorosamente di colore, per ritirare la macchina deprivata del sistema tutor, per poi sfrecciare a velocità folle su magnifiche strade circondate da colline erbose, con lolite dai nudi seni acerbi che si dimenavano sui sedili, ridendo come pazze o scambiandosi baci saffici. “IO guido come cazzo mi pare”.
Unico neo: l’informatizzazione del paese era pari a quella di una cosa chiamata Camerun, per cui non era possibile togliere dal software la fioritura di allarmi e icone i cui colori cangianti si riflettevano ora sul viso della ragazza, componendo strani disegni.

Michelle F. ebbe uno strano sussulto. Si terse le lacrime, poi batté le palpebre. Ignorò i lampeggianti di una monovolume che lei aveva appena superato in maniera avventata, portandole via uno specchietto. La sua presa sul volante si fece più sicura.
Due trattini verdi. “No”, si disse. “Non era ancora finita.”
Il suo sguardo cadde quasi per caso sullo specchietto superiore, stretto e lungo. Vide il riflesso degli avatar scorrere sul proprio viso, sopra lo spruzzo di lentiggini artificiali che facevano impazzire Lombardo. Quel gioco di luci, sul viso pulito, sulla curva del naso modellata chirurgicamente da lolita impertinente, le piacque.

Qualcosa scattò nella sua mente, una sorta di impulso infantile. Un automatismo. Ricordò uno dei tanti servizi per il curriculum vitae. La guardavano, quindi doveva essere carina. I suoi occhi divennero ancora più umidi. Oscillò il capo, in modo che sullo specchio potessero comparire le sue labbra perfette, la dentatura candida, il sorriso smagliante. Doveva essere carina. Sì passò la lingua sulle labbra, sciogliendo nel contempo le spalle. Sapeva che a quel punto doveva figurarsi un felino, inarcare la schiena. Staccò le mani dal volante per portarle sui seni. I capezzoli. La sensibilità delle areole che Lombardo le aveva fatto rimpicciolire chirurgicamente era quasi zero, ma sapeva che a quel punto doveva stringersi i capezzoli. Sapeva che a loro piaceva quando si stringeva i capezzoli.

Il suono digitale di un clacson la riportò alla realtà. Vide una cascata di scintille prorompere dalla fiancata di destra. Stava appoggiandosi contro il container di un autotreno. Afferrò il volante tornando ad occupare la propria corsia. Il cuore le batteva all’impazzata. Il ventre era pesante. Le gambe molli come gelatina.
E ricordò.
Due trattini verdi. La vita di Michelle F. sarebbe finita con due trattini verdi.
Emise una sorta di gemito stridulo dalla bocca. Lombardo lo avrebbe saputo, e lei sarebbe stata rovinata.
Due maledetti trattini verdi sul test delle orine.
Era malata: era incinta.