Racconto: Italiano! (2)

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Il navigatore individuò subito il percorso, disegnando una lunga lingua zigzagata tra le Marche e l’Umbria, vicino ad una macchia nera chiamata Abruzzo, individuando la Clinica Serenity. Michelle F. deglutì cercando di mantenersi attenta. Gli stimolanti sintetici la tenevano sveglia, e questo era un bene. La pioggia che aveva preso a cadere rendeva l’asfalto scivoloso, accendendo altre spie e icone sul display, costringendola a rallentare. Michelle f. aveva vent’anni e quindi, con la liberalizzazione delle licenze di guida, possedeva una patente da quasi cinque anni. Tuttavia aveva ben poca esperienza: era una aiuto-assistente arrivata, amica di Lombardo, il suo posto era sempre stato nei sedili posteriori e non certo al volante.

Tentò di rilassarsi. Un paio d’ore e sarebbe arrivata a Terni. Aveva tempo. Presto il cielo si sarebbe rischiarato. E lei avrebbe dovuto attendere parecchio prima dell’apertura della clinica. Tanto meglio: avrebbe fatto colazione, vomitato, eseguito con calma una verifica al credito sul suo conto in banca e mandato qualche messaggio a Dory per farsi aggiornare sulla situazione in corso. Dory era Doriano, il SottoSegretario di Lombardo, il Ministro Lombardo. Da quando il suo mentore era entrato nella clinica Serravalli, Dory era l’unico contatto che aveva con lui.
In genere Dory le rispondeva riportandole i saluti di Lombardo e aggiungendo termini medici, o qualcosa di simile, non ne era certa. Lei mandava tanti =D =D =D =* =* =* e le solite frasette dolci. Dopo l’intervento, per festeggiare, glielo avrebbe succhiato. A Lombardo. Non a Dory. Lombardo era un politico, andava succhiato, ci mancherebbe. Lei era un professionista: niente errori. Dory era amico di un “signore” e quindi andava lasciato stare. Erano pericolosi i “signori”.

Il vetro della macchina fu come investito da uno schiaffo d’acqua. Il tettuccio prese a ticchettare paurosamente. Michelle F. quasi sbandò. Era nel mezzo di un acquazzone. Non le fu facile conservare il controllo dell’auto. “Posso farcela posso farcela…” sussurrò.
Due trattini verdi. Era incinta. E quindi era sola.
Per la legge sulla privacy del dna Lombardo poteva imporle l’aborto, ma poi non si sarebbe mai più fidato di lei, e fuori dal suo entourage Michelle F. non avrebbe saputo cosa fare. I suoi l’avrebbero ammazzata di botte: Lombardo l’aveva fatta allevare fin da bambina, pagando tutte le modellazioni chirurgiche e le tariffe ai genitori. Deluderli sarebbe stata la fine.
Soffocò una crisi di pianto. Era così vicina alla meta, così vicina. I politici andavano pazzi solo per le lolite. Ancora un anno a succhiare Lombardo e avrebbe smesso di essere una aiuto-assistente, le sarebbe stato assegnato uno stipendio come produttrice. I suoi genitori, di conseguenza, avrebbero avuto una pensione come allevatori. Era quasi fatta. Ancora un anno e poteva iniziare lei a sfornare delle aiuto-assistenti da inserire in ministeri e uffici. In fondo non le andava. Odiava pensare a sé stessa con il ventre gonfio. Tuttavia ventuno anni sarebbero stati troppi per continuare a fare quel lavoro. I politici andavano pazzi solo per le lolite.
Rallentò per superare una curva un poco stretta. La pioggia continuava a cadere.
La Clinica Serenity era la sua salvezza. Aveva soldi. Poteva farcela. Lombardo non sarebbe stato operato prima di sedici ore, e poi avrebbe trascorso un giorno di riposo. La ragazza aveva tutto il tempo per farsi strappare fuori quella roba schifosa che aveva dentro la figa e riprendersi. E poi avrebbe ripreso a succhiare Lombardo. Poteva farcela.

L’avatar comparve dal nulla. Un omino luminoso che si sbracciava e parlava inglese, parlava straniero. Un allarme. Cos’era il sensore di prossimità? Le vietava qualcosa. Michelle F. non aveva idea di cosa stesse blaterando. “Noi siamo Italia. Noi parliamo solo Italiano.” Sembravano indicazioni, proibizioni. “Noi siamo Italia. Noi parliamo solo Italiano.” Le vietava qualcosa. Odiava che qualcuno le vietasse qualcosa.
La ragazza spalancò le labbra in un sorriso da foto. – IO guido come cazzo mi pare. – Canticchiò, meccanicamente. – ComecaaaazzomipA!

L’impatto fu violento.
Michelle F. non capì nemmeno cosa stesse succedendo. La linea curva del cofano divenne un ammasso schiacciato e disordinato. Qualcosa di freddo le sfondò il bacino dal lato sinistro. Frammenti disordinati le attraversarono il petto. Non sentì nulla. Neppure quando tutto ciò che stava sotto l’altezza delle ginocchia divenne un impasto di plastica, carne, metallo e ossa tritate. La sua mascella perfetta, fatta limare a dodici anni, si spezzò in tre parti contro il volante, portandosi via parte della dentatura. Gli airbag di serie venivano rimossi per decreto. “Frociate”, li chiamava l’originale Ministro alle Riforme Regionali. Michelle F. una volta glielo aveva succhiato, al Ministro alle Riforme Regionali. Era uno di quelli che non riuscivano mai a venire.
Il dolore raggiunse finalmente i suoi recettori, spezzandola.
Michelle F. spalancò quel rosso vortice osceno che un tempo era la sua bocca, ma non riuscì a gridare. I suoi occhi verdi, i suoi occhi perfetti, scorsero qualcosa piantato dentro il parabrezza infranto della macchina. La testa di Dory. Il resto del corpo era qualcosa di ritorto immerso per metà nel cofano del Suv. Le labbra esangui ancora si muovevano. Michelle F. annegava in un bagno di dolore. La sua lucidità era scomparsa. Non si chiese cosa diavolo facesse Dory, lì, con il collo squarciato dai vetri. Poi i suoi occhi incrociarono quelli scuri dell’uomo. La stava guardava? Sì. Allora Michelle F. piegò il buco umido della bocca in un sorriso. Doveva essere carina. Cercò di muovere la lingua mutilata ma non trovò labbra da inumidire, fece solo cadere un paio di molari. Dory la guardava, doveva essere carina. La sua mano destra, l’altra non la sentiva più, non trovò alcun capezzolo alla sommità del seno, solo un pezzo di vetro aguzzo. Doveva essere carina. Michelle F. morì tenendosi a mente che a Dory non doveva succhiarlo. Lei era un professionista: niente errori. A Lombardo sì, bisognava succhiarlo. Ci mancherebbe.