Racconto: Italiano (6d9)

Posted by

I Capitoli Precedenti: 12345

I sei livelli dei trasmettitori lineari connettevano la Solar-Furnace alla vasta rete di distribuzione che circondava l’impianto, cambiando la frequenza di distribuzione ogni tre cicli di ricarica. Samuele Denacci poteva quasi sentire sulla pelle quando le piastre di trasmissione erano da allineare nuovamente, era come una tensione statica, bassa, appena avvertibile. Agganciato ad uno dei bracci meccanici di manutenzione, l’operaio lavorò sulla manopola portandosi al di sopra del secondo livelli dei trasmettitori, poi iniziò a ripulire la lega cristallina con un induttore a ultrasuoni. Un metro alla volta. Spostava il braccio lungo l’induttore fino a quando non giungeva al limite, poi riprendeva da capo. Poi si spostava lungo il trasmettitore e prendeva ad allineare un nuovo metro. E poi ancora. E poi ancora.
Era caldo. La tuta protettiva lo faceva sudare. Si ricordò di suo padre che lavorava a torso nudo. Lo avrebbe deriso. Schernito. Ma gli impianti delle Solar-Furnace erano della CEO, una azienda straniera, e quindi Samuele non poteva fare come voleva. In quelle sedi le norme di sicurezza erano seguite alla lettera. “Tutte Frociate”, le avrebbe definite il Ministro alle Riforme Regionali. E quindi Samuele pativa il caldo dentro la tuta protettiva. Suo padre, che lavorava a torso nudo, lo avrebbe deriso, schernito. Ma la pelle della sua schiena si era sciolta per un getto di disinfettante da un silos fuori norma e lui era morto.
Samuele operò sulla manopola. Un altro metro da allineare.
Gli mancava suo padre, gli mancava parecchio. Da piccolo lo accompagnava al bar e lì passava il tempo ad ascoltarlo ridere con gli amici e commentare gli annunci tv. Suo padre era uno furbo, sapeva parlare, lo ascoltavano tutti. Si intendeva anche di politica. E gli piaceva il Presidente, era sempre d’accordo con quello che decideva il Presidente. “E’ talmente pieno di soldi e figa che non ha bisogno di rubare o farsi i suoi interessi, siatene certi”, ripeteva spesso. “Se è andato sù vedrete che lo ha fatto per noi” E poi il Presidente era uno che scopava. “E’ un Grande!”
Purtroppo non era andata proprio così.
Samuele non ricordava bene. Quando doveva pensare al passato metteva subito a fuoco le situazioni che lo interessavano, i fatti suoi, il calcio, la palestra, Sonya che non voleva dargliela, la macchina che non riusciva a comprare, ma gli sfuggivano le complessità di tutto il resto. La memoria non era il suo forte. Un problema comune. Ricordava solo che al bar si incazzavano tutti quando qualcuno si incazzava contro il Presidente. E quando i giudici si incazzavano con il Presidente non si capiva mai il perché, come se non venisse spiegato bene. E dato che non si capiva la gente si incazzava di più con i giudici. Era logico. Poi qualcuno si era incazzato più degli altri, perché l’Italia andava male per colpa dei giudici che si incazzavano con il Presidente, e parecchi li avevano ammazzati di botte.
Era giusto.
Il primo a essere fatto fuori aveva davvero pisciato fuori dal water. Aveva una cosa, una carta contro il Presidente, qualcosa insomma. E il Presidente aveva tuonato. Dodici giorni di stop ai campionati di calcio. Colpa del giudice di merda aveva detto il Presidente. Colpa della carta del giudice di merda. Dodici giorni. E la gente era impazzita.
Era giusto, cazzo.
Facevano incazzare il Presidente mentre lui faceva il possibile per tutti, ma i nemici erano tanti e la situazione difficile, come nella rivolta degli Bruzzi. L’operaio ricordò qualche spezzone di video: fumo, barricate, i soldati che sparavano su di una folla immensa di barboni. C’era un paese che si chiamava Bruzzo. Erano tutti poveri e rompevano i coglioni sempre al Presidente, sempre al Presidente. Cazzo volevano?
“Gente così è povera perché non ha mai lavorato.” Aveva sentenziato suo padre davanti alle riprese di una immensa distesa di tende luride, circondata da acquartieramenti militari. “Non ha mai lavorato. Mai.” Però quando chiedeva a suo padre come mai i Bruzzi erano ridotti così lui non se lo ricordava. Sembra che avessero subito qualcosa in passato. E dovevano star buoni. Ma non volevano star buoni. Allora avevano disturbato il Presidente e l’esercito li aveva stroncati.
No, a suo padre questo paese non sarebbe piaciuto.
L’operaio passò al successivo metro di allineatori.
La vita era dura, ora. Le aziende straniere si erano disinteressate agli investimenti in Italia per anni interi, e avevano bloccato ogni tipo di importazione. “Cazzi loro!”, aveva schiumato suo padre. “A noi non serve nessuno! Noi gli caghiamo in testa a tutti!” Però poi era venuta la fame. Solo gli Stati Alleati davano un po’ di lavoro, anche se erano tutti arabi o della Repubblica Nazionalbolscevica, ma gli Stati Alleati non bastavano e c’era la fame.
Le grandi compagnie straniere tornarono quando ormai… Samuele non ricordava i dettagli, il motivo. Non era stato educato per queste cose. Sapeva che tornarono quando in Italia le cose non andavano bene per niente e quindi acquistavano facilmente terreni e costruivano stabilimenti.
“Ladri di terra e identità” tuonava il vecchio Ministro alle Infrastrutture, però firmava i contratti di vendita.
“Ladri di terra e identità”. Con loro, però, almeno si lavorava.
Il problema ormai era campare: Samuele viveva da solo e lo stipendio era da fame: il paese era da aiutare e quindi oltre due terzi della paga erano decurtati dalla Segreteria Regionale. Una volta quello stronzo di Patterson gli aveva rubato la cedola della busta paga, lo aveva preso da parte e letto riga per riga le varie voci. Per umiliarlo, certo. Perché lui era Italiano e a Patterson gli rodeva che lui era Italiano.
Gli aveva detto che c’erano robe, righe, che significavano costi che erano fondi per le mignotte e i genitori delle mignotte. Impossibile. E anche cifre per robe che non esistevano ma si pagano lo stesso. Figurarsi. Samuele ignorava cosa fosse una Centrale Tomica, lui era restato calmo, ma a fatica.
Gli aveva letto una cosa, che si davano soldi a dei paesi fuori, per decisioni del Presidente. Alleanze. Cazzate. Ah: e anche per una cosa. Una cosa Stretta. Che però costava e non si faceva. Se però si pagava per non farla, aveva dedotto, forse era una cosa buona.
Patterson parlava. Samuele guardava in basso, incassava e taceva, aspettando che il suo superiore lo mandasse a fanculo lasciandolo finalmente in pace.
Ascoltare gli stronzi stranieri non gli serviva a nulla. Lui aveva problemi di soldi, altro che. Che cosa c’entrava con le balle di Patterson?
Si spostò. Un altro metro da allineare.
La vita era dura: ogni mese doveva trovare i soldi per la mazzetta di IlRoy. IlRoy era un bestione umbro, coordinatore di quartiere di tanti Ronde. IlRoy lo proteggeva e lui doveva pagarlo. Era giusto. Una volta i Ronde erano eroi senz’armi, forti solo del loro coraggio. Poi dei negri avevano pestati dei Ronde e quindi il Presidente aveva decretato che potevano portare armi.
Samuele sperava che un giorno i Ronde li avrebbero liberati di tutti gli stranieri di merda come Patterson. Era vero che, da quando il CEO era arrivato in Italia, l’energia elettrica era tornata anche fuori dalle capitali, e si lavorava, ma questi erano stranieri. Non era il loro paese.
– “Italiano!” – urlò qualcuno sedici metri più in basso. Patterson.
– Fine del turno! Allontanati che ionizziamo le superfici. Vai a scopare, “Italiano!” A scopare! – E rideva.
Samuele sentì irrigidirsi i muscoli della mascella.
Odiava sentire quella parola. “Italiano.” Ma lui doveva lavorare.