Racconto: Italiano! (8d9)

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Quello che uscì dall’ufficio era uno strano animale rifatto. Italiano, pensò Patterson. Ma un altro italiano, non come il suo “Italiano”. Un diverso italiano, di quelli che a lui non piacevano. Vestiva in nero, un gessato di classe rovinato da una patacca dorata sul petto. Sorrideva. Denti perfetti. Sorrideva. I tre bestioni dai capelli unti dietro di lui camminavano e annuivano, sapevano di steroidi e cattiveria. Annuivano anche se l’altro ancora non parlava, annuivano e lo seguivano. E l’altro sorrideva. Tutti i ricchi sorridevano in quel paese. I diversi Italiani erano tutti ricchi. E giravano ben scortati.
Il CapoSettore li squadrò duramente, poi entrò nell’ufficio del Controller regionale del CEO.
Si sentiva un residuo di sudore e acqua di colonia, qualcosa di dozzinale.
– Che volevano, quelli? — chiese Patterson puntando il pollice alle proprie spalle.
Luyah ticchettò i polpastrelli scuri sulla superficie della scrivania, evidentemente a disagio. Il completo blu dell’uniforme ufficiale aderiva sul suo corpo asciutto.
– Allora? – ringhiò Patterson. Ab Luyah era un suo superiore, un Controller, ma lui aveva una sufficiente fama di burbero per potersene fregare.
L’altro aprì la posta elettronica. Uno stretto rettangolo luminoso gli comparve di fianco. Fece scorrere una serie di icone e didascalie. – Cambiamo il gruppo di operai italiani. Tutto. Da domani.
– Eh? – Patterson aggrottò la fronte. – Come mai?
– Siamo a posto come organico, ma il Segretario Regionale sta facendo pressioni per inserire un gruppo di operai. Non c’è posto per tutti e quindi ha detto di licenziare quelli attuali e rimpiazzarli.
– Ha detto un cazzo, ha detto – sbottò l’altro, portandosi i pugni sui fianchi. – Chi è che comanda qui dentro?
– I rapporti con la manodopera locale sono gestiti dal Governatore e dal Segretario Regionale, lo sai benissimo. Non possiamo metterci becco. Siamo a casa loro.
– Denacci resta.
Luyah scosse il capo. – Non è una decisione nostra.
– Denacci resta.
Il Controller spense il display delle email. – E’ un italiano. Pensavo ti stesse sui coglioni.
Patterson puntò il dito verso terra: – Questo paese mi sta sui coglioni.
Puntò il dito verso terra, di nuovo: – Questo modo di fare del cazzo mi sta cui coglioni, ma Denacci resta. E’ bravo, ha manualità. Non devo nemmeno dirgli più cosa fare sulle vecchie linee di distribuzione.
– E’ l’unico feedback positivo che ho avuto fino ad ora. – Luyah deglutì, a fatica. – Ma ha perso il posto. Questioni interne dell’Amministrazione Regionale.
– Mi prendi per scemo? – Patterson scosse il capo, con violenza. – ‘fanculo! Cos’è successo? E’ cambiata la spompinatrice del Segretario?
Luyah alzò la mano sinistra, facendogli segno di tacere. Spense i sintonizzatori audio della sua postazione e si allentò il colletto.
– No, quella penso che lavorerà a lungo, ma è morta quella del SottoSegretario, e lui pure. – Trasse un lungo respiro. – Un incidente d’auto, due giorni fa. Lui ha tamponato l’auto di un medico in autostrada, sono scesi dalle macchine per parlare e un Suv con la mignotta di un Ministro li ha spappolati entrambi. – Mise in avanti la mano destra, il palmo verso l’alto. – Denacci era stato integrato assieme ad un gruppo di operai dei “signori” Melzi, che erano amici del vecchio SottoSegretario. – Chiuse la mano, ritirandola. Portò avanti la sinistra, il palmo verso l’alto. – Il nuovo SottoSegretario, bontà sua, per ora è sposato con la figlia dei “signori” Castella che si scopa anche il figlio del Governatore. I “signori” Castella devono – quella parola quasi la sputò – avere personale nelle strutture produttive e quindi il…
– Stà zitto! – Patterson sbatté le sue mani enormi sulla scrivania. Due rettangoli azzurri comparvero attorno a Luyah, riportando una serie di parametri di configurazione. Li spense con un gesto della mano e fissò le iridi chiare dell’americano, circondate da aghi di sottili vene intrecciate.
Il CapoSettore era paonazzo. – Che merda di posto… – ringhiò, voltando le spalle a Luyah e aprendogli il frigo bar. – Non c’è più un cazzo in questo paese, si sono venduti anche il culo. – Trasse una bottiglia di whisky, quello per i clienti, stappandola con rabbia. – E nemmeno lo capiscono. – Ingollò due sorsate. Un rigagnolo colò fino al mento.
Il Controller continuava a fissarlo, immobile. Lavorava con quel bestione da dodici anni.
Patterson tornò a troneggiare davanti a lui, tenendo il braccio destro rilassato. La bottiglia, inclinata, colava scotch sul pavimento.
– Adesso glielo vai a riferire tu – disse, puntandogli addosso un dito. – Vai – ringhiò. – Voglio vederti mentre glielo dici. – Gocce ambrate caddero su di un display.
Luyah scollò le spalle. – E’ compito dell’amministrazione. – Fece comparire un altro display olografico davanti a sé. – E sono le regole degli Italiani. Non possiamo farci nulla.
– Vai a farti inculare. – Patterson uscì bestemmiando in maniera oscena.