Racconto: Italiano (9d9)

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Un mucchio di giovani ruggì all’unisono scagliando la preda in aria. Un ragazzotto grasso volò, volò letteralmente, contro un muro distante diversi metri. Prey-throwing. Una moda dell’est. L’impatto con la pietra polverosa fu tale che il ciccione rimbalzò schiantandosi al suolo con la spalla sinistra piegata quasi fino allo sterno. Gridò, con la bocca dalle grosse labbra vermiglie spalancate in maniera grottesca. Gli aguzzini dalle logore maglie verdi gli saltarono addosso in branco, colpendo con tutto quello che avevano in mano.
Avrebbero continuato fino a ridurlo a polpa viva.
Era una serata di festa.
Samuele Denacci fissò la scena alzando il braccio destro al cielo, con l’altra mano finì di vuotarsi una bottiglietta di broda. Era carico da matti. La mescalina sintetica gli aveva appena bruciato la bocca. Non sentiva nulla. Nulla dal naso al mento. Era come se al posto di carne, cartilagini e nervi ci fosse solo un buco nero. Sapeva di aprire e chiudere la bocca, ma non avvertiva nulla.
Lasciò la mattanza scivolando lungo un vecchio muro rovinato, trovandosi davanti a una bambina dalla pelle olivastra che si rotolava per terra, tenendosi le mani sul pube. La gente le camminava o danzava attorno senza vederla. Samuele, caracollando, notò che aveva la maglietta lacera e le cosce rigate di sangue. Provò un primo moto interiore, qualcosa di spiacevole, poi vide che aveva il naso adunco. Era una bambina dalla pelle olivastra. Lasciò cadere per terra la bottiglia vuota. In seguito non si sarebbe mai ricordato di averle orinato addosso.
Tutt’intorno a lui la notte esplodeva in una sequenza ininterrotta di giochi di luce su vecchi schermi d’acqua alti una decina di metri, che vibravano con violenza per le emissioni dei trasmettitori sonori. In Italia c’era la fame, ma musica, fica e roba non mancavano mai. Le attività serali erano al lumicino ma per chi sapeva arrangiarsi qualunque spiazzo poteva essere circondato da proiettori liquidi e trasmettitori, diventando un rave in poche ore. A quel punto, nelle province povere come quelle di Samuele, la gente sgusciava fuori dagli edifici fatiscenti e di perdeva tra luci e colori, smarrendosi con slancio febbrile.

Samuele affondava ormai in un mare di carni sudate, tra gli afrori tipici dei ragazzi dei quartieri della middle class, agglomerati urbani quasi del tutto privi di allacciamento alla rete idrica. Allargò la bocca di cui non aveva ancora alcuna sensibilità. Voleva mordere. Voleva mordere. E invece ingollava altra broda.
Ogni volta che la sua mente lo riportava a qualche ora prima, sentiva le spalle abbassarsi, i testicoli diventare di ghiaccio, ma bastava un giro di broda per non perdere il ritmo. La broda era un distillato casalingo, qualcosa che poteva mandare su di giri o ammazzare di colpo. Ogni volta era un giro di roulette russa. Alternative non ce n’erano: i liquori stranieri erano rari e costosi e i pochi vigneti intatti erano nelle terre dei “signori”.
Quella notte Samuele continuava a far girare di continuo il caricatore a tamburo.
Sonya era sparita. Le aveva detto per i-Call di essere stato licenziato da quei pezzi di merda della CEO, di certo la colpa era di Patterson, e lei aveva messo giù. Poi era sparita. Lui si era sentito come un ramo secco. Sonya lavorava nell’azienda di pulizie di un figlio dei “signori” locali, un lavoro di merda, e per restarci doveva darsi da fare. Sonya non si chiamava Sonya, ma Sofia. Sofia però non andava bene. Per succhiarlo a uno con i soldi non ci voleva Sofia ma Sonya, o Lydia, o Michelle, o Penny o altri nomi del cazzo: a loro piaceva così, a loro piaceva pensarsi come quelli con i soldi e il nome straniero che vedevano nelle fiction. Allora niente Sofia Berti, ma Sonya B. Il cognome spariva.
E Sonya si scopava il capo. E non si era mai scopata lui, Samuele, che adesso era a terra. E non se lo sarebbe mai scopato, lui, un ramo secco.
Era a terra. Era a terra.
Un vecchio a torso nudo, magro fino all’assurdo, corse di fianco a lui mancandolo di poco con le lunghe braccia venate che mulinava tutt’attorno. Un gruppo di ragazzini lo inseguiva con le bocche spalancate e le lingue arancioni per le nezramfetamine D. Volevano dare fuoco ai suoi capelli da rasta, luridi e lunghi.
Samuele li guardò ridacchiando. Si portò alle labbra la bottiglietta di broda e la scoprì vuota.
Ebbe un violento singulto. L’Amministrazione Regionale gli dava solo 36 giorni per trovare qualcos’altro da fare, altrimenti fine della tessera di partito e niente lavoro in futuro, e quindi niente di quel poco che rimaneva dell’assistenza sanitaria pubblica, nemmeno un angolo nei tombini funebri comunali. Erano tutti cazzi suoi.
L’alternativa c’era. Lavorare per i “signori”. E morire facile.

Il ragazzo prese a camminare in mezzo alla folla urlante. Il contatto con la schiena nuda e sudata di una ragazza gli fece avvertire una sensazione strana, si sentì con le braccia ricoperte di ghiaccio, pezzi di ghiaccio. Urtò con un piede una massa anomala di carne fremente: tre tizi si stavano scopando a sangue una ragazzotta. Per terra, in mezzo alla calca. Fatti fino al midollo. Quell’immagine pulsante non gli suscitò alcuna eccitazione, solo una febbre gelida. Altro ghiaccio sulla pelle. Si sentiva forte. Tanto ghiaccio. Lame di ghiaccio.
Aveva retto per tanto tempo. “Italiano!” gli aveva gridato Patterson. “Italiano!” E giù scapaccioni. Scapaccioni: troppo poco per una denuncia formale, ché i froci stranieri si permettevano anche questo, ma abbastanza per disturbare. Ci contava su quel posto, cazzo. Aveva bisogno di quel posto. E adesso non aveva nemmeno Sonya.
Non si accorse di aver perso del tutto la sensibilità al ventre. La broda e la mescalina sintetica avevano sciolto ogni controllo sotto la cintura. – Italiano… – piagnucolò Samuele, a occhi chiusi, senza sapere di star orinando e defecando contemporaneamente. – Italiano… Italiano…
Un tizio dalla barbetta tinta di verde lo urtò un poco. Tolse una lunga lingua arancione dalla bocca di una ragazza e si volse verso Samuele. – Cazzo fai…?? – e storse il naso. – Ehi, ma puzzi come una merda!
Samuele lo fissò inebetito. – Italiano.
La ragazza si voltò dall’altra parte, scossa da alcuni brividi, poi prese a vomitare broda bollente. Broda e nezramfetamine D non andavano mai d’accordo.
– Italiano. – ripeté Samuele, fissando spiritato i tratti dell’altro.
Questi piegò la bocca in una smorfia e sollevò un sopracciglio: – Eh?
Dondolò il capo, passandosi una mano sul pizzetto tinto. Sembrava uno di quei vecchi rapper dei video. Stava per dire qualcosa quando il collo della bottiglia di broda gli arrivò sull’occhio sinistro. Cadde all’indietro portandosi le mano al volto.
Samuele ritrasse la mano destra scoprendo qualcosa incastrato nel vetro. Un qualcosa che prima era una parte del bulbo oculare. – Italiano?
La ragazza si voltò di scatto verso di loro, con un filo di bava arancione che le colava dalla bocca. Voleva urlare, ma dalla gola proruppe solo un nuovo fiotto di broda.
– Italiano! – piangeva Samuele, disperato, chinandosi sulla sua vittima con fare quasi premuroso. Il giovane dal pizzetto verde apriva e chiudeva la bocca, con un gemito appena percepibile.
– Italiano! – gridò affondandogli con violenza la bottiglia in gola. – Italiano! Italiano! – continuò a urlare fino a quando aveva ancora fiato, fino a quando tutto non era diventato rosso e caldo, fino a quando la ragazza non gli conficcò un coltello tra le spalle, fino a quando il mondo non cadde di lato e tutto scivolò via. – Italiano! Italiano!
Odiava quella parola. “Italiano.”
Odiava quella parola.