Racconto: Il Seme

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n.b.: il mio primo racconto… credo fosse il 1993

“…“Né si può pensare che l’uomo sia il più antico o il più recente dei Signori della terra, o che la semplice materia vitale sia la sola che cammini…”

Necronomicon (H. P. Lovecraft)

 

1° Frammento:

Impiego parecchio tempo a comprendere che il sole davanti ai miei occhi non è lo stesso che illumina il mio pianeta. La differenza sta forse nella luce troppo fioca, oppure nelle due lune grigiastre che gli orbitano attorno, seguendo percorsi irregolari ed ambigui.

L’irradiazione è lenta ma graduale, con saltuarie esplosioni azzurrognole che si allargano sulla superficie, formando grandi anelli di gas evanescenti destinati ad essere riassorbiti.

Vorrei sottrarmi a questa visione, ma essa non è di questo tempo, né di questo spazio.

Sto ricordando.

Sebbene i miei occhi non abbiano mai visto quell’astro lontano.

Sto ricordando.

Sensazioni che non potrei mai aver provato premono sulla mia mente, la deformano, la immergono in illusori oceani di empie memorie.

I contorni dell’astro ambrato si fanno più nitidi, mentre dal suo cuore emerge, in trasparenza, l’immagine di una creatura grottesca celata all’interno del globo ardente.

Rannicchiato su se stesso, l’essere titanico ha un corpo vermiforme, a tratti gibboso, piuttosto irregolare, di cui si distinguono appena le estremità, ravvicinate dalla posa ad anello.

Arti, o comunque organi che possono simularne la forma, si allungano dall’estremità più grossa, formando due protuberanze cilindriche, tozze e simmetriche, apparentemente prive di appendici in qualche modo prensili; dallo stesso punto di congiungimento degli arti, altre due estensioni si sviluppano verso il centro dell’anello vivente, simili a lunghe appendici ossee, che si avvicinano ed allontanano con ritmo regolare.

La memoria !

Riaffiora, risuona, grida con mille voci nel mio cervello !

Il senso di affinità, di (mio Dio !) maternità… che percepisco avvolgere quell’essere si svela con emozioni a me del tutto nuove, che vanno a scontrarsi con le residue barriere della mia psiche.

Non posso, non riesco a pronunciare il suo nome…e forse è questo a preservare ancora intatta la maggior parte della mia mente, mentre l’immagine del sole alieno sfuoca, dissolvendosi in una tenebra non più rischiarata da quelle stelle sinistre.  

 

All’improvviso recupero la coscienza della mia originaria esistenza fisica, persa nell’oblio della visione, ed assieme ad essa ritorna il dolore, l’agonia, il senso di dissoluzione.

Immerso in una notte eterna, chilometri e chilometri al di sotto della superficie, nascosto negli anfratti della crosta terrestre, la mia carne avvizzisce e si contorce, mutando, sciogliendosi in densi rivoli di materia organica, o pulsando oscenamente, come scossa dalle doglie di un empio parto.

Al principio di tutto questo, quando ancora non volevo credere a tutto quello che mi stava accadendo, gridai per ore invocando una morte rapida che mettesse fine a tutto; solo dopo capii che l’agonia delle mie carni non era che il primo atto, e forse quello più clemente, di un abuso ancor più nefando.

La mia mente !

La mia mente !

Sento qualcosa strisciare al margine dei miei pensieri, predatori di sinapsi neurali, che aspettano il momento più propizio per invadermi nuovamente.

Sharimakyl, si chiamano così.

Non è qualcosa che so, ma che ricordo; non li ho mai visti, ma potrei quasi descriverli con minuzia.

Avevo davvero una vita, prima di queste tenebre eterne, o almeno credo; i miei compagni gemono da… istanti-secoli-sempre, prigionieri, in un abisso d’agonia lancinante, nel corpo e nell’anima, fratelli nel dolore.

Quando è iniziato tutto questo ?

Quando la mia ordinaria vita da uomo, il mio essere l’anonimo pittore Andrew Klind, la mia esistenza umana… si è trasformata in un inferno, di cui il mio corpo è vittima e carnefice insieme ?

Non lo so, non lo so più !

Il mio Io è retto solo dalla mia residua volontà, che a stento riesce a mantenersi ancora salda; l’indescrivibile mutazione che sconquassa il mio corpo è celata nelle ombre, neppure io posso più dire che sono-sembro-ero.

La lenta dissoluzione della mia integrità mentale passa attraverso la distruzione della memoria.

In un certo senso, ciò che io sono/ero, è ciò che io ricordo, ma i predatori psichici non distruggono la mia memoria, fanno molto di peggio: la sostituiscono; l’identità psichica di colui che era Andrew Klind si sta lentamente alterando, infettata da frammenti di un’identità più grande, più vasta, di cui sono destinato a diventare una mera appendice.

La trasformazione non è completa, non ancora, ma temo sia solo questione di tempo; d’altronde l’unico modo che ho per resistere al dolore è astrarmi, abbandonarmi ai ricordi, liberare la mente dal corpo.

Sto facendo il loro gioco, lo so, abbandonandomi ad un effimero sollievo onirico, ma non ho alcuna alternativa.

 

L’unica grazia concessami è quella di sapere.

Tramite i ricordi alieni che strisciano nella mia mente, posso forse trovare la chiave per liberarmi da tutto questo, esplorando la mia nuova ed incompleta coscienza, nella speranza che celi le conoscenze necessarie a porre fine al mio supplizio.

 

2° Frammento:

Il Pilastro venne edificato quando gli uomini avevano ancora armi di selce e solo da poco il loro fuoco rischiarava le tenebre, che dopo il calare del sole li lasciavano in balia di incubi ed orrori.

Fu quella l’era scelta perché il Seme scendesse tra gli uomini.

 

Quindici anni prima di quella fatidica notte, durante il levarsi di un’alba già impregnata d’afa soffocante, l’Uomo Magico della tribù era fuoriuscito urlando dalla grotta delle visioni, dove l’aria umida e stagnante, combinata con le danze rituali e l’abbondante proliferazione di funghi, consentivano di avere i sogni dell’Altrove, per meglio conoscere e servire i Signori che camminavano oltre l’Esistenza.

Quella stessa mattina tutti i cacciatori e gli anziani si radunarono dinanzi a lui, perché la parole dello sciamano erano le parole degli spiriti nascosti.

L’Uomo Magico era sconvolto, i suoi capelli parevano aver perso il loro colore argenteo cedendo il posto ad una tinta simile a quella del latte.

Con voce concitata e tremula, raccontò del turbamento che l’aveva portato ad indugiare un giorno in più nella grotta delle visioni; egli aveva danzato a lungo, dimenandosi e facendo vibrare il suo corpo magro e pallido.

Come ogni notte, i sacri martelli che reggeva nelle mani avevano percosso le pareti della grotta, con forza, perché la terra potesse concedergli i magici semi delle visioni.

Quando le prime spore avevano preso a librarsi nell’aria, l’Uomo Magico unì il canto alla danza dei martelli, perché i suoi polmoni potessero riempirsi di quei semi tossici e consentirgli, tra ebbrezza e delirio, di raggiungere lo stato di trance medianica che lo avrebbe portato al di là della sua stessa coscienza.

Non era rimasto inascoltato.

 

Qualcuno, qualcosa, un dio informe ed innominabile l’aveva tratto a sé con forza, trascinando la mente del vecchio sciamano in un mondo da sempre nascosto da ogni occhio umano.

Quella notte, egli non aveva avuto solo confuse e vacue visioni dei mondi oltre la mente, ma si era accostato alla coscienza di un dio, condividendone la pulsione che era stata alla base di quella fusione: il desiderio.

Doveva accoppiarsi, riprodursi, procreare.

Donare a quel mondo, a lui alieno, il dominatore che avrebbe piegato sotto di sé ogni razza.

Quello stesso giorno, l’anziano scelse per sé una delle giovani e la condusse alla grotta sacra. Dalla loro unione si sarebbe generata, ne era certo, la futura concubina del suo empio signore, e il suo ventre avrebbe dovuto accoglierne il seme.

Da allora il tempo parve scorrere più velocemente, scandito solo dall’alternarsi delle stagioni e dai frequenti sacrifici elevanti ad un dio senza nome, che nell’ombra attendeva e bramava.

La fanciulla nata dall’Uomo Magico non aveva nome, era stata concepita in fretta e cresciuta senza affetto, perché fosse simile ad uno strumento vivente di una volontà superiore.

Quando, prossima al suo tredicesimo autunno, il suo corpo divenne fertile, i cacciatori danzarono per l’intero giorno, accompagnati da canti e preghiere elevate dalle compagne, perché finalmente l’attesa profezia avrebbe trovato compimento.

Quella notte la ragazza venne lasciata sopra il picco sacrificale, in mezzo alle Alte Pietre, bagnata dal sangue fresco di una preda alata, come voleva la tradizione.

Non distante, ai piedi del picco, i cuori di un’intera tribù palpitavano all’unisono, ansiosi di accogliere il proprio nuovo signore, concepito in una forma di carne umana e… materia unite insieme.

Poco dopo il tramonto, qualcosa si mosse nel cielo notturno.

Innumerevoli esseri minuti scuri, piccoli quanto un granello di sabbia, sciamarono attorno al picco sacrificale, coprendolo completamente con il loro moto circolare. L’immensa colonia di esseri ronzanti formò una sorta di colonna vivente, dalla base del picco fino alla sommità delle nubi, mentre l’aria pareva caricarsi di tensione, come avveniva poco prima dello scatenarsi di un temporale.

All’improvviso un boato scosse il cielo.

Una luce giallastra parve comparire all’imbocco del gorgo nerastro, filtrando appena dalle pareti viventi.

– …Agoth… – Mormorò l’Uomo Magico, mentre il suo corpo prendeva a tremare ed un sorriso folle gli si disegnava sul viso.

La luce scese fino al picco, come un piccolo sole calatosi dal cielo.

 

… e fu il silenzio.

 

Il moto degli esseri ronzanti si interruppe per un attimo.

Venne quell’istante, unico, eterno, cruciale… il dio gridò!

Le creature ripresero a ruotare con sempre maggior ferocia, abbandonando il loro manto nero per diventare rosse, come fiamme ardenti, accompagnando l’urlo d’agonia di ciò che era noto come Agoth.

Sconvolto, l’Uomo Magico si staccò dalla sua tremante tribù, prendendo a camminare, e poi a correre, verso il dio che ora lo malediceva.

Il grido scosse la terra ghermendo ogni vivente, risvegliando ogni paura ancestrale, perché condividessero l’orrore ed il travaglio che il dio provava, mentre già la sua luce risaliva lentamente verso il cielo, seguito pochi istanti dopo dai suoi sibilanti servitori.

Ancora sconvolti per quanto era accaduto davanti ai loro occhi, i cacciatori più adulti riuscirono comunque ad avanzare verso il picco, illuminando il tragitto con le torce, vincendo il terrore che attanagliava i loro cuori.

Poco dopo, tra le rocce poste sul sentiero sacrificale, venne ritrovato il corpo dello sciamano, rigido come una pietra e dalla carnagione trasparente come un velo d’acqua; sembrava che tutto il sangue del suo corpo si fosse raggrumato in una secca materia nerastra, mentre gli occhi parevano divenuti grossi bulbi scuri, quasi sul punto si esplodere da quelle orbite ossute.   

 

Egli aveva osato accostarsi ad Agoth, fissandolo, ed aveva pagato a caro prezzo questo suo crimine.

 

Ma quello che davvero sconvolse ancora di più i cacciatori, rendendoli quasi pazzi per l’orrore di quella visione, fu quello che trovarono tra le Alte Pietre, dove la giovane vergine era stata concessa alle brame del dio.

La ragazza era ancora viva, se mai “vita” poteva essere chiamata la sua nuova esistenza, e si contorceva spasmodicamente con la schiena premuta verso il terreno, mentre la sua bocca si deformava in grida mute; ma l’orrore che traspariva dal suo volto sconvolto, era solo un pallido riflesso di ciò che le si agitava sul ventre e che aveva indignato l’oscuro signore dell’Altrove.

Il seme di Agoth non era germinato come egli si aspettava, incapace di saldare e fondere in sé le differenti nature da cui era stato generato, ma il risultato non era stato un aborto del mostruoso ibrido, bensì la fusione con la natura a lui più vicina ed affine.

L’essere ottenuto da quell’empia genesi era stato posto su di una piattaforma di pietra nera, che in seguito si rivelò la sommità di un pilastro dall’altezza indefinibile, una struttura architettonica inesistente fino a poche ore prima.

Ecco l’Alfa, quindi, il principio di un ciclo apparentemente senza limiti, che vede in me solo uno dei suoi mille tasselli; i colori cangiano, sfumandosi, mentre mi accosto ad un’altra visione, rendendomi conto che ormai sono allo stremo delle forze.

– …Belihador, Sepheris, Nnh’su’te, T’umeke, N’Ness e Fochanor… –

Riesco a malapena a ricordare chi poteva essere Andrew Klind e cosa gli è accaduto, in un tempo indefinibile, lontano.

– …il nome dei Sei-che-sono-Uno, nel multiforme piano di Htaga… –

Mantenermi lucido è sempre più difficile, ma scivolare nel mio corpo sarebbe peggio, se il dolore mi facesse impazzire perderei anche la poca autocoscienza residua.

– …la progenie di Ebhatiz, che in Htaga aveva nome di Etzheli… –

Devo riuscire a focalizzare la mia attenzione, ignorare queste frasi vaganti, anche se per farlo dovrò aggrapparmi ad un altro frammento di coscienza aliena.

-…camminatori, ibridi della materia di Vhen, originari dall’informe Hektoch…-

Devo seguire la traccia, il pilastro, la sua storia, svelarne gli enigmi prima che le mie ultime barriere psichiche cedano.

Ecco, forse ci sono.

Odo, si, odo qualcosa: un risuonare, debole, un canto…

 

3° – Frammento:

Athepè ! N’Nes N’nes, Athepè ! Ckon’ssn Athepè !

Una donna, ne scorgo distintamente i lineamenti marcati, in un cerchio di figure prostrate a terra.

Agoth Riu’st, Athepè ! Nun’Ra Ckon’sssth Ust !

Il suo volto è pallido, spento, cinereo; la mia nuova sensibilità ascolta le voci del suo corpo ed esse narrano del suo male, della sua condanna: la follia di una singola cellula impazzita.

Knu’m Agoth Athepè ?!

Cancro.

Athepè ! N’Nes N’nes, Athepè ! Ckon’ssn Athepè !

In lei, disperazione e speranza hanno lacerato ogni altra ragione, portandola ad accostarsi a culti innominabili.

Agoth Riu’st, Athepè ! Nun’Ra Ckon’sssth Ust !

La sua preghiera si leva per Agoth, unendosi a quella dei compagni.

Knu’m Agoth Athepè ?!

Il loro eco accompagna un movimento meccanico: la piattaforma davanti a loro, una breve oscillazione, la sommità del Pilastro che si immerge nel cuore della terra, fino a giungere al nido del Seme di Agoth.

Lì attende, da sempre, un essere che mai sarebbe dovuto nascere.

Lì brama e prolifica una stirpe d’incubo, generatasi allo stesso modo del Seme, venerandolo, per aver dato loro un’esistenza senza tempo.

Contaminazione: da cellula a cellula, da tessuto a tessuto, fino alla soppressione di ogni gene ed alla nascita di un nuovo membro della comunità.

 

All’improvviso, l’immagine si cristallizza e frantuma, il mio Io affonda in un vortice dalla potenza immane, trascinato in una corsa folle, oltre le deboli barriere che ancora salvaguardavano l’integrità della mia mente.

Le mie percezioni esplodono in un vortice di frammenti sensoriali: ora so !

Conosco il Pilastro ! Vedo la sua Storia !

Comprendo appieno la forza ed i fini dei discendenti del Seme, che ancora oggi attende nuovi sacrificati, per plasmarli a sua immagine e farne progenie; apprendo ogni loro segreto e so così del fato di B’Hkel, della prigionia di Agoth, dei sessantasei di Nunh’Ra che camminano tra gli uomini e delle segrete razzie compiute in tempi antichi, nell’attesa della loro ascesa finale.

Fiamme e carni pulsanti: ecco davanti a me il fato della scomparsa tribù di Simeone, la dodicesima dei figli d’Israele, del cui destino nessuno parla.

Zanne e sabbia: scorgo la poderosa armata di Cambise II, ottantamila uomini che la storia ha dimenticato; mai giunsero all’oasi di Amon, né portarono guerra alle mura di Cartagine.

Vortici d’osceni gorgogli: dal mare notturno sorsero le prime schiere di Agoth, che trascinarono al di sotto delle acque il vero impero dei Maya.

Ma ora… solo tenebre ! Tenebre ! Che mi sta succedendo ?!? Non ho più appigli, non riesco più a risalire verso me stesso, verso…

 

4 – Coscienza:

Il senso si caduta si attenua, mentre il mio corpo si rilassa, come dopo una fatica spossante.

Cos’è accaduto ? Non saprei proprio dirlo.

Fino a poco fa ero…spaventato, agonizzante, in lotta contro qualcosa.

Una minaccia ? No. Impossibile.

Chi mai potrebbe aggredirmi ? Chi mai scenderebbe nel Knu’m Agoth Athepè, il nido della progenie ?!

Forse mi dibattevo a causa di un sogno, di un incubo, ripiegandomi nel semplice sussurro della memoria. Non importa.

All’improvviso guardo i miei arti e li scopo prigionieri, legati da corde corrose ed incrostati di pelle secca: che faccio sulla piattaforma dei prigionieri ?

Con gioia odo il Vehajana, il richiamo all’immersione, e con un gesto secco recido i legacci di canapa; non ho tempo di indagare su ciò che mi è accaduto, il mio istinto mi chiama a ricongiungermi ai fratelli dell’abisso, per la caccia.

La mia coda sferza l’acqua ed io assaporo le profondità del nostro regno, come fosse la prima volta…