La Saga di Iskaar



Uomini. Figli del Sale e del Fuoco secondo i druidi di Calbea, il complesso pantheon dei regni di Iskaar. Per innumerevoli generazioni avevano prosperato legati ai riti e alle tradizioni di un popolo guerriero, implacabili nel conquistare territori combattendo con furia contro mostri e avversità, inarrestabili nella loro fame di conoscenza che li aveva portati a navigare sino ai confini del mare di giada. Questa razza, al proprio crepuscolo, dovette affrontare una forza contro cui era vano il mulinare delle asce o il potere sulla natura dei Druidi.

Il termine glaciazione non aveva alcun senso per loro, e l’avanzare inesorabile del gelo non poteva essere attribuito che all’ira di Cheronides, il Mago-Serpente che abitava il ventre dell’inverno, combattendo una sempiterna guerra contro il calore, il fuoco e la vita, soffiando fiammate azzurre sulla sua spada Idhilstadd. Rituali, olocausti e sacrifici non bastavano a placarlo. I Druidi guardavano impotenti il sangue raggrumarsi sugli altari e i Re, stremati, vedevano i propri popoli costretti ad una miserabile migrazione verso i territori del sud. Non occorrevano aruspici o veggenti per capire che, prima o poi, il ghiaccio avrebbe invaso anche le ultime terre fertili.

La decisione più dura fu presa dall’Ultimo Concilio dei Re. Abbandonare Iskaar. Lasciare la terra madre e inoltrarsi oltre il mare di giada, superando lo Specchio delle Nebbie. Secondo le leggende, lo Specchio era un lungo tratto di mare interdetto agli umani. Venne allestita una immensa flotta Iskaariana composta di navi, ammiraglie e isole galleggianti. Ogni risorsa della terra madre fu prosciugata, dal grano, al vino, al sale. Ogni schiavo, ogni guerriero, ogni Re lavorò e sudò sangue su legni e corde, pece e fuoco.

Quasi tre mesi dopo aver lasciato l’ultimo porto di Iskaar, la flotta entro nello Specchio delle Nebbie. Durante il primo giorno, un sole debole e pallido illuminò quel mondo desolato, fatto di silenzio e grigiore. L’acqua era immobile. Il vento scomparso. I rematori faticarono a lungo. Al calare delle tenebre, in una notte così buia che sembrava assorbire e divorare ogni baglio e torcia, vennero gli Orrori del Profondo. Mostri. Senza volto. Senza nome.

La battaglia fu terribile. Re Amirta e tutti i suoi portalance si sacrificarono affrontandone l’avanguardia in una spietata ordalia nascosta nel cuore del buio. All’alba, i reietti di Iskaar contemplarono con dolore quanto a fondo gli Abitatori del Profondo li avevano feriti. Non potendo concedere loro il sollievo di un rogo da guerrieri, i corpi dei caduti furono abbandonati in mare. L’acqua divenne rossa. Tutti. Schiavi, Guerrieri, Donne, Druidi, Re, faticarono ai remi e lasciarono la pelle delle mani su manici consunti e duri come pietra. La seconda notte, gli Abitatori del Profondo attaccarono con ancor più ferocia. Ogni nave divenne un lago di sangue misto, rosso e nero, stillato da corpo umano e da gola di mostro.

La terza alba, tutti gli Iskaariani lo compresero, sarebbe stata l’ultima. Vennero celebrati i riti di congedo. Gli Schiavi ottennero la libertà e asce affilate. I Figli di Skaar dovevano morire con le armi in mano. Persino donne e bambini vennero armati, non erano ritenuti il grado di difendersi, ma morendo con onore avrebbero seguito padri, re e mariti negli eterni giardini di Calbea, al fianco degli Dei. Persino ai neonati, tra i pianti dei genitori, vennero legate schegge di metallo alle mani. Ogni divergenza o motivo di dissidio fu sciolto dai riti dei Druidi. Iskaar doveva morire come un popolo unito.

Quando la misera sfera opaca a cui era ridotto il sole raggiunse lo zenith, e i preparativi alla morte furono completati, Lei giunse.

Al principio le vedette pensarono ad un lampo all’orizzonte, o a un riflesso, poi credettero di essere impazzite quando compresero che davanti ai loro occhi emergeva un’alba radiosa illuminando le acque. Il sole era tornato. La forza del sole era tornata, eppure lo vedevano ancora pallido su di loro. Un secondo radioso sole, dunque, dominava l’orizzonte sciogliendo le nebbie. L’intero popolo restò abbacinato da quella visione di speranza, accompagnata da una apparizione radiosa.

L’immagine di una donna, alta e bellissima, si levò dalle acque con l’Alba come mantello e corona. Le sue labbra piene si aprivano e chiudevano, ma la voce giungeva diretta ai cuori. Si presentava come Bhelessan, la Dea-Madre, la Dea Creatrice, Ventre della Vita. Il sangue di Iskaar l’aveva mossa a pietà, e così le lacrime delle madri e il pianto dei neonati. Bhelessan aveva piegato il tempo e invocato la vita, e questa si era manifestata con il Secondo Sole che avrebbe protetto gli uomini fino a quando le nebbie non sarebbero state alle loro spalle.

Abituati ad un virile Pantheon guerriero, ove la figura più femminile era Fhrindar la Mietitrice, colei che spegne la vita, Re e Guerrieri restarono turbati dalla visione. Ma la verità che si stava insinuando nel loro cuore era innegabile. Le cesta vuote traboccavano pane, i feriti riprendevano le forze, mentre ossa rotte tornavano a rafforzarsi e la carne lacera si richiudeva, gli otri erano ricolmi di vino profumato o di latte calde, i morenti si rialzarono in piedi, i seni rifioriti delle madri nutrivano i neonati. Sirta, il capo dei Druidi, si inginocchiò e ringraziò quella divinità sconosciuta per la manifesta benevolenza che accordava al suo popolo. Fu il suggello definitivo.

Bhelessan reclamò gli Iskaariani come proprio figli, chiedendo Sacerdoti che in sua vece curassero, sfamassero e proteggessero il popolo che amava. Ordinò loro di dirigersi verso sud dove avrebbero trovato di che sfamarsi, e infine di raggiungere le scogliere verdi di un nuovo mondo in cui lei li avrebbe accolti.

Protetti dal Secondo Sole, nel giorno più lungo, i Figli di Iskaar diedero fondo alle loro energie e superarono lo Specchio delle Nebbie.  Dal profondo si udivano grida, strepiti, masse scure si agitavano nell’acqua morta, ma gli Abitatori non osarono sfidare il volere di Bhelessan. Come promesso, ventuno giorni dopo il Secondo Sole, gli Iskaariani giunsero all’Isola della Promessa, dove trovarono armenti, acqua dolce e frutti. Quell’isola venne consacrata alla Dea e il suo accesso interdetto in eterno. In seguito la Flotta trovò altro rifornimento presso le Isole Spezzate, un immenso arcipelago abitato da ogni sorta di creature.

E finalmente immense scogliere smeraldine comparvero all’orizzonte.Gli uomini chiamarono il nuovo mondo Marvaal, che in Iskaariano significava Seconda Terra, perché sapevano che in essa potevano prosperare sotto la benedizione di Bhelessan.


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