Capitolo 1

Capitolo 1

Anni prima

Ghentar levò le braccia sopra il capo, diede fondo alle sue ultime forze e si scagliò in avanti, spingendo la punta del Gran Corno di Barr nel muro di carne che pulsava davanti a lui. Il Corno era un Artefatto grande, pesante, arcaico, formato da un lungo cono osseo dalla strana forma irregolare, che si maneggiava tramite due impugnature squadrate. Le mani grandi e dure del guerriero le stringevano con forza, cercando di non perdere la presa per il sangue di Runnh il Bruno, il precedente portatore del Corno, che lordava la parte inferiore dell’arma.

Il puntale lavorato affondò nel fianco della gigantesca creatura che gemeva, ventre a terra, fiaccata dalle orribili ferite che le avevano scavato le membra. Ghentar perse la presa sul corno quando questi scomparve quasi del tutto nel grande corpo martoriato. Subito un denso fiotto di sangue violaceo, dal forte odore vegetale, scaturì dalla pelle divelta ricoprendo il guerriero dalla testa ai piedi.

Il collo allungato del mostro, un essere simile a un rettile obeso con gli arti sottili, frustò il terreno svettando poi in cielo con un grido stridulo.

Quasi del tutto accecato dagli umori, Ghentar barcollò indietro di qualche passo mentre avvertì una sensazione oscena salirgli dal ventre. E nessun dolore. Lo squarcio bruciante sotto lo sterno, infertogli pochi istanti prima dal Portatore di Caos, sembrò scoppiare di colpo assieme a ciò che restava della corazza toracica. Il rumore umido che udì doveva essere quello delle viscere che toccavano terra. L’odore pungente degli escrementi lo stordì un poco. E non sentiva alcun dolore.

La creatura lanciò un nuovo grido di agonia.

Barcollando all’indietro, il Campione dell’insediamento di Vanai si passò una mano sugli occhi, ma la morbida benda della morte lo stava già stringendo, confondendogli la vista. Il suo ventre era un buco freddo. Cosa lo tenesse ancora in piedi era un mistero. Ringraziò mentalmente le piccole mani delle schiave di Drutha e le paste di chico che gli avevano preparato in vista dello scontro. Erano palline piccole e nere, amarissime ma capaci di far scomparire ogni dolore e risparmiargli una sofferenza atroce.

In quel mondo di immagini confuse, solo i rumori avevano una qualche valenza. Immerso in un caleidoscopio sfumato, Ghentar sentì che la coda appuntita dell’essere riprese vita sbattendo di nuovo contro il terreno, frustando pietre o sbriciolandole di colpo.

E poi un suono sfrigolante. La mascella quasi spezzata del Campione si piegò la bocca in una sorta di sorriso. Il Gran Corno di Barr continuava a penetrare il mostro, inesorabilmente, sciogliendone la carne come acido. Non avrebbe smesso di affondare nelle carni fino a quando il suo puntale non avesse trovato aria, o pietra.

Cercò di ripulirsi gli occhi dall’icore, ma non era tanto la sostanza organica a nascondergli le immagini del mondo, quanto la vita che se ne stava andando portandosi via bordi e forme nitide, lasciando solo un impasto confuso di colori.

Si voltò verso il bagliore morente del Muro di Luce, che dominava l’orizzonte. N’il non aveva un sole.

Usando come riferimento l’orizzonte irradiato da un intenso color arancio, Ghentar cercò la sagoma lattea delle alte mura di Vanai, simile a una strana sequenza di angoli spezzati accostati l’uno di fianco all’altro. Ormai non restava nessuno che potesse spiegare il perché di quella strana antica forma di fortificazione. Oltre la pietra bianca, Frena, sua figlia, attendeva. Attendeva gli Araldi che ora erano ridotti a polpa. Attendeva i Campioni i cui corpi iniziavano già a perdere la rigidità seguente al decesso. E attendeva lui.

Qualcuno pronunciò il suo nome, o almeno lo balbettò.

Ghentar si voltò verso sinistra, cercando di trovare la fonte di quel bisbiglio umido. La prima cosa che vide fu il corpo di Thulk, o quanto ne era rimasto: al di sopra dello sterno vi era solo carne macinata. Tutt’intorno erano disseminati i resti degli altri Campioni dell’insediamento Vanai. Se-Ser il Rosso, Limer-sette-denti, Ghighyas, Prie L’lhamach, Horilin di Drakkai e la lista continuava. I brandelli di una grande, terribile battaglia.

“Signore?”  mugolò la voce incerta.

“Sillach” gorgogliò il corpulento guerriero, fissando una sagoma confusa e collegandola nella propria testa alla fisionomia esile del giovane. “Sillach!”

Un velo buio prese a calare, Ghentar udì uno strappo e il fetore delle interiora aumentò di colpo. Capì di essere caduto in ginocchio. Strinse i denti, spezzandone alcuni, e nel suo orgoglio di Campione Vanai trovò la forza di rizzare la schiena.

“A… allora”  La sua voce era impastata. “Allora hai visto, ragazzo?” Deglutì una boccata di sangue denso. “Lo dirai, vero? Dirai a tutti che cosa hanno compiuto i Campio…” Non finì la frase. Per Ghentar tutto scomparve in quell’istante. Il suo corpo venne ridotto a una pozza di polpa viva dall’ultimo guizzo della coda del mostro.