La Scuola Bolognese

“Verso il 1530, una specie di associazione privilegiata dei maestri d’arme esisteva in Italia, ed aveva il suo quartiere generale a Bologna con Achille Marozzo per capo (Maestro generale delle armi).”
Bibliografia Generale della Scherma del Cav. Jacopo Gelli.

Il Rinascimento e la Scuola Bolognese, un periodo inquieto.

In Germania, dal 1480 al 1579, l’arte della spada fu appannaggio esclusivo delle conservatrici Fechter-Gilde, evoluzione delle corporazioni dei mestieri, forti di privilegi che ne tutelarono autorità e segreti. I Capitani di tali Gilde si dedicavano all’uniformità d’insegnamento e alla ricerca di eventuali Maestri “abusivi”, che esercitavano senza licenza. Costoro avevano davanti a sé tre scelte: cessare l’attività, superare l’esame della gilda divenendo parte di essa o subirne la vendetta.
Lontano dalla rigida efficienza di tale sistema corporativo, la scherma italiana conobbe ben altri equilibri. L’arte delle armi, per varietà e approfondimento tecnico, conobbe la propria massima fioritura in seno alla Scuola Bolognese, la prima di cui è possibile tracciare un nitido e lineare percorso trattatistico. Una sua caratteristica costante, rimasta quasi immutata con il passare dei secoli, è la conflittualità tra i Maestri che, a vario titolo, si dedicarono al suo insegnamento.

I Maestri Bolognesi

Il primo Maestro del XVI° secolo la cui opera riporta i tratti caratteristici della Scuola è l’Anonimo Bolognese, un manoscritto che si presume doveva essere la bozza, rimaneggiata, precedente alla stampa tipografica dell’opera. Nulla è dato sapere della vita dell’autore, che però lascia dietro di sé una nutrita quantità di contenuti.

A lui succede, cronologicamente, Antonio Manciolino, il quale è descritto come “Uomo dotto, e famoso schermatore, con ogni sorta d’armi”, in “Notizie degli scrittori bolognesi e dell’opere loro stampate e manoscritte” Di Pellegrino Antonio Orlandi (1714), che comporrà un trattato di scherma dal titolo “Opera Nova per Imparare a Combattere, & Schermire d’ogni forte Armi”.
Sin dalla prime pagine apprendiamo che l’autore si muove in una situazione di conflitto rispetto ad altre scuole o maestri che peccano per “ingordiggia, & rapacitade”, responsabili a suo dire di fare mercimonio della loro arte. “Ma come humana cosa è giovare altrui, & far fede per se stesso alcuno non essere nato, così rapace, & ferrigno istinto è secondo il mio talento, porsi nella scola cose, che per il suo solamente, & non l’altrui profitto faccino, chenti sono questi loro capitoli, conciosiacosa che in quelli altro non si contenghi, che il poner a prezzo li maestrevoli giochi di questa Arte, sì come la virtù delle armi e tanta viltade caduta fosse che si desseno a trovar di quelli che le sacre membra di lei per le scole a prezzo vender si vantassero senza consideramento che l’ingenui duri con li acuti non possono parimente tirar questo gioco sopra il collo, & che l’arte non è meretrice di sottoporsi a prezzo.”
Egli non si scaglia soltanto contro la loro “ingordiggia, & rapacitade”, ma da uomo pratico difende metodologie d’insegnamento che sente minacciate, quali l’uso delle repliche d’arme: “Di quanto ingannati siano quelli, che dicono la buona arte del combattere non essere nella disciplina con le ottuse & non taglienti spade appesa, quivi mostrar intendo.”
Tra l’Anonimo e il Manciolino si possono delineare una serie di elementi comuni alla Scuola Bolognese, quale la tecniche contro i mancini, la necessità di mezzi colpi per tenere sempre l’arma “alla presenza” in caso di misura ridotta, e la comunanza nella definizione delle guardie.

Allo schermidore propenso all’insegnamento pratico ed efficace succedette un altro Continuatore della Scuola Bolognese, la cui opera era destinata a conoscere eterna memoria: il Maestro Generale Achille Marozzo. La sua “Opera Nova Chiamata Duello, O Vero Fiore dell’Armi de Singulari Abattimenti Offensivi, & Diffensivi” (1536), resta uno dei testi più completi e meglio definiti dell’arte dell’arme, la cui preziosità verrà confermata all’epoca dalle successive sei ristampe.
Oltre alla grande varietà di discipline esposte, il Maestro Generale illustra anche una serie di casistiche in merito alla conservazione dell’onore e alla legislazione vigente. Si trovano infatti capitoli quali “Se li prelati possono concedere licentia de contrastare in la terra della romana Ecclesia, o in le possessioni Ecclesiastiche”, “Quando dui Armigeri fussero disfidati ad certa giornata, se uno di loro inance la deputata giornata cobattesse ad tutta oltranza cò un altro, & fusse da quello vinto, & del detto se potra essere pero arefudato nel di della battaglia deputata” o “Che se domada se uno figliuolo acetta battaglia con uno altro, se per lo padre può essere prohibito”.

L’Opera Nova del Marozzo, che conobbe grande fortuna, non è scevra dei medesimi toni amari del Manciolino. Viene descritto con rammarico lo stato dell’arte di una scherma in cui i “Maestri authentici” sono ormai in declino e “che hora ogn’uno fa il Maestro, et fa scholari, et à questo no è posto cura da niuno”. La nota dell’autore non può essere priva di personale sdegno, in quanto egli è tra i pochi a reclamare le proprie radici, dichiarando di essere stato allievo presso “Maestro Guido Antonio de Luche Bolognese, dalla cui schola si puo ben dire che sieno piu guerrieri usciti, che del Troiano Cavallo”, e quindi manifesta la necessità di tracciare il proprio personale percorso marziale. La sua famiglia diverrà parte di questa tradizione, in quanto il figlio Sebastiano, curatore delle ultime edizioni dell’opera paterna, continuerà ad esercitare la medesima arte. Secondo il Gelli continuò a modificare e raffinare l’Opera Nova, fino ad un’ultima edizione veronese nel 1615.


Il secolo aperto dall’Opera Nova conosce l’influenza di due forti riformatori. Camillo Agrippa e Giacomo di Grassi, diversissimi tra loro, che introducono nuove strutture nella trattatistica, cambiano i nomi delle guardie, la ripartizione della spada e altre concezioni dell’arte schermistica. Il modenese Di Grassi, ad esempio, suddivide la scherma in un’arte Vera ed in una Ingannevole, esulando dall’approfondimento integrale disciplina per disciplina.

L’Agrippa spoglia l’arte tradizionale, riduce a 4 l’intera famiglia delle guardia e semplifica le dinamiche. Non si hanno notizie della diffusione o effettiva influenza che i dei autori esercitarono nell’ambito della scherma, ma è sintomatica la comparsa che fece pochi anni dopo un altro continuatore della nostra storia: Giovanni Dalle Agocchie.

Maestro mai esplicitamente dichiarato, ma che di fatto lascia intendere di rivestire tale carica, facoltoso borghese e amante delle armi, l’autore dell’Arte di Scrimia assume il ruolo di tradizionalista al centro di un ambiente marziale che a suo dire stava perdendo il contatto con le proprie radici.

Giovanni Dalle Agocchie reintroduce alle basi della scherma, tratta della Theorica e della Prattica e di ogni possibile aspetto dell’arte fornisce minuziose spiegazioni. La sua opera è contraddistinta, oltre che dalla varietà d’argomenti, delle connotazioni di un vero e proprio phamplet.

Egli è sia un Continuatore che un Tradizionalista, infarcito della scienza d’arme in cui si possono riconoscere tratti tanto del Manciolino, di cui ha di certo letto il trattato, quanto dell’Anonimo Bolognese.
La necessità di Giovanni è di tornare alle origini, alle basi della Scuola Bolognese, per quanto non nutra alcuna fiducia nei propri contemporanei, che non esita a riprendere più volte. L’arte della scherma che lo circonda è decadente in quanto “i vitij, et l’avaritia le cacciano al fondo”, egli dichiara che “Questo è difetto del tempo, che a lungo andare ogni cosa corrompe: et de’ Maestri ancora, che lasciano annullare le ragioni de’ lor privilegi”, segno che i successori dei “Maestri authentici” hanno perso di vista il proprio mandato. Non cita alcuno dei suoi rivali, ma ne mette in evidenza gli errori “Perche permettere non si dovrebbe, che alcuno insegnasse quello di che a sufficienza instrutto non fosse.”

Il Dalle Agocchie ripristina le guardie originarie, torna ad un insegnamento più capillare e metodico, e illustra ai posteri il rimpianto cursus honorum dei Maestri d’Arme: “Il che solo procede, perche è andata in oblivione quell’antica usanza della creatione de’ Maestri. Et sappiate, che da non molto tempo indietro, si come dovendosi inviare alcuno all’eccellente grado del dottorato; prima se ne fa con diligente esamine il saggio, et poi come è giudicato sofficiente, se gli dà il privilegio; Cosi ancora ne’ Maestri di schermire si osservava: imperò che prima si essaminavano quelli, che ad altri volevano insegnare, se essi sapevano la Theorica dello Schermo, et tutte l’altre cose a essa necessarie; et poi gli mettevano uno scolare a fronte, facendo che tirasse male i colpi, et male si ponesse nelle Guardie: et ciò per intendere, se colui conosceva in che cosa lo scolar peccasse. Dopo questo ne facevano saggio con diversi buoni scolari; co’ quali, com’egli fosse riuscito sufficiente; dagli altri Maestri era privilegiato, at con le sue patenti poteva aprire scola; et questi tali erano Maestri authentici: Cosa veramente degna di tant’arte: Perche permettere non si dovrebbe, che alcuno insegnasse quello di che a sufficienza instrutto non fosse. Lep. Fanno gran male quelli, per la cui colpa le buone usanze mancano.”
L’opera del Maestro Giovanni, o per meglio dire il suo impulso tradizionalista, diede i suoi frutti nello “Lo schermo. Nel quale per via di dialogo si discorre intorno all’eccellenza dell’Armi et delle Lettere, et intorno all’offesa et difesa.”, in cui un Angelo Viggiani dal Montóne da Bologna riprende le caratteristiche della scherma passata, riallacciandosi però al Marozzo.

Al Viggiani successero autori quali il Lovino, il Saviolo, il Fabris e altri innovatori e studiosi dell’evoluzione dell’arma. Il clima turbolento e conflittuale, stando alle parole di Francesco Alfieri, restò lo stesso di sempre: “Dimostrarò nulla di meno molti avvantaggi, che nascono da questa maniera di combattere, e se bene i fondamenti quanto à principij s’appoggiano sopra l’istesse ragioni, rimarrebbero per se mal intesi, quando non si conosce la differenza con la quale vengano praticati, è sopra di ciò potrei convincere molti Professori di non haver posseduta questa parte della scherma, (come Achille Marozzo nel suo Capitolo primo da pochi inteso, e difficilmente anco da quelli che da lui hevessero imparato) mà coll’esser morti m’inducano à perdonare la loro memoria.” (L’Arte Di Ben Maneggiare La Spada, 1653)

Jari Lanzoni, settembre 2009